Il conflitto come principio cosmico

Il conflitto come principio cosmico

nell’ebraismo e nell’arte

di Shazarahel
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Come descritto ampiamente nei vari articoli del numero 2 di Madaat dedicato al tema “Dogma, eresia, anatema”, ogni epoca ha i suoi geni sia in ambito scientifico che religioso, così come in ambito politico ed artistico.

Come la storia ci dimostra, i grandi uomini che hanno apportato all’umanità grandi novità fautrici di cambiamento, coloro che hanno fatto avanzare la conoscenza umana ad un livello via via superiore, molto spesso sono stati incompresi dalla propria generazione ed avversati dai detentori dell’ortodossia di turno; trattasi di ortodossia religiosa, scientifica o ideologica, il risultato non cambia: i meccanismi della psicologia collettiva – che questi grandi destabilizzatori dell’ordine costituito e delle conoscenze acquisite suscitano – rimangono esattamente gli stessi, malgrado i contesti assai differenti.   In questo articolo apporterò alcuni esempi di figure carismatiche che hanno provocato una rivoluzione all’interno del mondo dell’ebraismo. Ciascuno di essi è stato avversato, combattuto e persino perseguitato dai capi spirituali della propria epoca. Ma le persecuzioni non sono mai riuscite a impedire l’espansione contagiosa del loro rivoluzionario messaggio che rimane vivo e fertile ancora oggi.   Avraham Abulafia (1240-1291), fu il kabbalista che più di ogni altro sviluppò le tecniche di permutazione alfabetiche, applicandole alla meditazione. È stato l’ispiratore della cosiddetta “kabbalah estatica”; maestro itinerante, si autoproclamava Messia, e predicava i segreti della kabbalah sia ad ebrei che a cristiani. Anteponeva alla vita rituale comunitaria, spesso arida e monotona, la vita mistica solitaria che consente all’anima di elevarsi all’unione con D’ e di accedere alla profezia. Nell’agosto del 1279, alla veglia di Rosh Hashana, chiese con insistenza udienza al papa Niccolò III Orsini, il quale diede disposizione che, qualora il rabbino si fosse avvicinato per parlare in nome degli ebrei, fosse arrestato e immediatamente arso vivo fuori dalle mura. Abulafia, sfidando le minacce papali, si presentò chiedendo ostinatamente udienza. Fu incarcerato, tuttavia la condanna non venne applicata, in quanto il papa Niccolò III morì improvvisamente di un colpo apoplettico la notte precedente. Durante la sua vita fu accusato più volte dalle grandi autorità rabbiniche del suo tempo di essere un ciarlatano, fu persino scomunicato e costretto a traslocare frequentemente da una città all’altra. Sorte comune alla maggior parte dei grandi Maestri dell’ebraismo che hanno apportato una rivoluzione. Ebbe pochi discepoli, la maggior parte dei quali, non capirono i suoi insegnamenti e presto lo abbandonarono. Tuttavia la sua via poi ebbe una diffusione incredibile nel mondo ebraico, fino ad oggi.  

baalshemtov1Un altro grande maestro ebraico che conobbe una forte opposizione fu il Baal Shem Tov (1698-1760), ossia il fondatore del movimento hassidico. Il Baal Shem Tov, mise l’accento sulla salvezza individuale, incitando ogni ebreo a raggiungere il proprio attaccamento a D’. Si indirizzava preferibilmente agli ebrei poveri ed ignoranti; agli analfabeti rivelava i segreti della Kabbalah alla quale, fino ad allora, aveva accesso solo una ristrettissima cerchia di discepoli raccolti attorno ad un Maestro. Il movimento hassidico, fondato sulla gioia, la danza, l’amore, la benevolenza, fu duramente attaccato dai rappresentanti dell’ebraismo ufficiale, e, in modo particolarmente feroce, dai talmudisti delle correnti ultraortodosse lituane, soprannominati mitnagdim. Elyahu Kramer, il famoso Gaon di Vilna, fu uno dei più agguerriti oppositori del hassidismo, giungendo ad emanare contro di esso ben due scomuniche (herem), proibendo agli altri ebrei persino di contrarre matrimonio con i seguaci del movimento.

Il pronipote del Baal Shem Tov, fu un altro grande rivoluzionario fortemente contestato dai rabbini del suo tempo, e addirittura dagli stessi hassidim: Rabbi Nahman di Breslev (1772-1810) rivoluzionò ulteriormente il mondo ebraico ortodosso, applicando i concetti dell’ostica kabbalah luriana, alla vita quotidiana e spirituale di ogni uomo. Il principale oppositore al movimento Breslev fu Ariel Leib, chiamato Zeide, il quale tentò di ottenere lettere di denuncia contro Rabbi Nahman dalla parte dei più grandi tzadikim hassidici dell’epoca.

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A motivo delle forti controversie alle quali andò incontro nella sua vita, Rabbi Nahman elaborò una teologia basata sul principio del conflitto. Vedeva la discordia come una forza soggiacente all’universo. Secondo rabbi Nahman, l’autentica mahlohet beshem shamaym (controversia fatta in nome del Cielo) è persino preferibile alla pace, in quanto solo la polemica consente di accedere alla verità: la controversia esiste come rivelazione dialettica della verità. Essa stimola la crescita personale.

Il pensiero buonista di matrice cristiana, ad esempio, che tende a smussare le differenze e a placare tutti i conflitti e cercare di conciliare tutte le contraddizioni, è in netta antitesi col pensiero ebraico che è invece dialettico, dinamico, e crea volutamente il conflitto e il paradosso come stimolo al superamento delle conoscenze acquisite. L’essenza della vita umana è di essere in una dinamica di costante evoluzione.

Nahman sosteneva che il danno più grande che causano gli attacchi polemici, è di costringere il giusto ad esporsi in pubblico prematuramente, quando non è ancora giunta la sua ora.

A causa della controversia, le persone diventano celebri prima della loro ora.

(…) questo mistero è spiegato nella Torah: “se due uomini hanno una rissa, uno di essi urta una donna incinta e la fa abortire” (Es 21,22). colui che s’incammina su una via nuova assomiglia ad una donna incinta; deve restare nascosto, come il feto è nascosto fino alla nascita. Questa via che non è ancora conosciuta dal mondo è in stato di (herayon), così come dice la Scrittura: “Io t’insegno (horah) il cammino della sapienza (Prov 4,11). Quest’uomo deve riscaldarsi, come il feto si riscalda nella matrice fin quando venga per lui il momento d’esporre la sua via alla luce del giorno. Se appare (agli occhi del pubblico) prima della sua ora, si può dire che è la controversia che ha causato un aborto1.

Uno dei vantaggi degli attacchi, è che preservano il giusto da ogni sentimento d’orgoglio, vero ostacolo alla propria crescita spirituale.

Tutti i tzadikim (=giusti) parvengono al livello che devono raggiungere, e vi restano. Quanto a me, D’ sia lodato, ad ogni istante divento un altro uomo.

Ogni tzadik viene contestato prima di pervenire al livello che è il suo. Per questo i Saggi hanno detto: “la polemica è come lo sgorgare dell’acqua” la controversia è l’acqua che fa crescere lo tzadik. (altri tzadikim, quando hanno raggiunto il loro completo sviluppo, non hanno più bisogno di questo flusso). Ma per quanto mi concerne, la controversia è costantemente necessaria, perché ad ogni istante evolvo, di gradino in gradino. Se prendessi coscienza d’essere attualmente allo stesso livello nel quale mi trovavo un’ora fa, sarei scontento di me stesso2.

L’attacco diventa dunque strumento necessario ed efficace per l’evoluzione permanente della consapevolezza… permette allo tzadik di evolvere, senza poter rimanere mai uguale a se stesso. Le controversie stimolano la crescita.

Credetemi, è in mio potere di fare la pace con il mondo intero, di tal sorta che nessuno lotterebbe più contro di me. Ma che posso farci, dal momento che esistono certi gradini celesti che non si possono raggiungere se non tramite il conflitto… più spandete l’acqua attorno all’albero, meglio cresce3.

Il conflitto che il giusto subisce è una legge universale, che tocca alla natura stessa della creazione. Rabbi Nahman concepisce una teologia che si fonda sul conflitto come principio cosmico. Vede la discordia come una forza soggiacente all’universo che guida e spinge singoli uomini e intere nazioni verso il movimento dell’evoluzione continua. In questo senso egli concepisce la polemica superiore alla pace, in quanto solo tramite essa è possibile accostarsi alla verità che è, per sua natura stessa, dialettica, poliedrica e contradditoria. Si accede alla comprensione della verità solo mediante la lotta interiore e il conflitto con gli altri.

Il mondo intero è riempito di controversie, tra i paesi, le città, i vicini, e in seno alla propria famiglia, tra marito e moglie, o con coloro che prestano servizio, o con i bambini. Nessuno presta attenzione a questo fatto essenziale che ogni giorno ci avviciniamo alla morte. Sappiate che tutte queste controversie non sono che uno: il conflitto fra l’uomo e sua moglie è lo stesso che esiste fra i re e i popoli. Poichè ognuno all’interno della propria famiglia rappresenta una nazione distinta; le sfide che si lanciano gli uni contro gli altri sono come le guerre fra nazioni..

Anche colui che non prova alcun desiderio di disputa, e che preferisce rimanere in pace, è attirato nelle polemiche e nelle liti. Si trova a volte fra i re e le nazioni un paese che desideri vivere in pace, e che è obbligato di entrare in guerra sull’uno o sull’altro fronte (malgrado il suo desiderio di essere un popolo sottomesso); ciò avviene anche nelle guerre domestiche. In quanto l’uomo è un microcosmo chi racchiude il mondo intero. E’ assolutamente vero di un uomo e la sua propria famiglia, che contiene tutte le nazioni in guerra.

Per questa ragione un individuo che è seduto solo nella foresta può persino diventare folle. Questo avviene poichè è solo, ma contiene tuttavia tutte le nazioni che si battono le une contro le altre, e deve continuare ad oscillare, giocando al ruolo della nazione che è in vantaggio. Questo turbamento dello spirito può condurlo ad una follia totale. Invece, se è in un luogo abitato, in mezzo ad altre persone, questa guerra può scoppiare con la propria famiglia, o con i suoi vicini. Le polemiche che si sviluppano nella famiglia dello Tzadik (=Giusto) comprendono anche le guerre delle nazioni.4

Così come l’inizio della creazione fu possibile grazie al ritrarsi della divinità in se stessa (tsim-tsum), creando lo spazio vuoto (hallal panui) necessario all’universo, così bisticciando e litigando i tzadikim creano fra di loro quello spazio vuoto, necessario alla creazione di idee nuove; i litigi e controversie fra tzadikim mettono in evidenza la natura dialettica della realtà. Non a caso le lettere che compongono il nome di Moshé, Msh, vengono considerate come le iniziali di Mahlohet Shammai Hillel: la disputa fra i due grandi rabbini Hillel e Shammai è l’essenza stessa della Torah di Moshé.

La Mahloket (=controversia) procede dalla Creazione del mondo. L’essenziale della Creazione del mondo risiede nello spazio vuoto che sopprime l’idea di “Un-Tutto-Infinito”. Così D’ ha contratto la luce sui lati, creando uno spazio vuoto nel quale ha creato tutta la Creazione, tempo e spazio, per mezzo della parola, come è detto: “con la parola di D’ furono fatti i cieli”.

Lo stesso per ciò che concerne la Mahloket: se i Maestri formassero una unità, non ci sarebbe spazio per la creazione del mondo.

Non è che per la Mahloket che esiste fra di loro -sono così separati gli uni dagli altri, ciascuno tirando dalla propria parte- che si produce fra di loro il modello dello spazio vuoto che deriva dalla ritrazione della luce sui lati- nel quale il mondo è stato creato dalla parola5.

Lo tzim-tzum, ossia lo spazio vuoto, è ciò che mantiene l’uomo separato dalla divinità; separazione che l’uomo tenta di colmare e sormontare per mezzo della parola. La Mahloket, come in seno alla creazione, mantiene lo spazio vuoto fra i Maestri, che si distinguono e non possono confondersi l’uno con l’altro. La ricerca della Mahloket non è unificatrice, ma cerca invece di mantenere la separazione, la distinzione e l’alterità.

Poiché di tutte le parole che ciascuno pronuncia, tutte non sono che un cammino in vista della creazione del mondo che ha luogo grazie a loro, all’interno dello spazio vuoto che é fra loro.

Poiché i Maestri creano tutto per mezzo delle loro parole, come è detto: “E dì a Sion: tu sei il mio popolo” (Isaia, 51). Non bisogna leggere Ami (=mio popolo) ma Imi (=con me); “Ho fatto il cielo e la terra con delle parole, lo stesso vale per voi” (Zohar, Introduzione, 5)6.

Tutti i miei giorni, sono cresciuto fra i Maestri…”. Fra i Maestri, cioé all’interno dello spazio vuoto che si crea fra i Maestri, per mezzo della separazione e della polemica che vi è fra di loro7.

Addirittura, l’incomprensione di cui lo tzadik è oggetto, è il segno distintivo della sua somiglianza con il Creatore. La trascendenza divina viene dimostrata dal fatto che essa è messa in dubbio… come il fatto di non poter comprendere D’ è segno della sua grandezza, così il non comprendere lo tzadik è dovuto a motivo della sua elevatezza.

È inevitabile che gli tzadikim siano soggetti alle critiche, perché, così come sappiamo, gli tzadikim imitano D’. Così come ci sono contestazioni di D’, così bisogna che ci siano contestazioni dello tzadik che imita D’.

certamente, bisogna porsi delle domande su di Lui; esse sono appropriate al rango elevato che è il Suo. Poiché è nella natura stessa della Sua Gloria di renderLa inacessibile al nostro intendimento. La nostra intelligenza è incapace di comprendere il Suo comportamento. Delle contestazioni devono elevarsi… poiché se si comportasse secondo ciò che detta il nostro spirito, il nostro spirito in verità sarebbe uguale al Suo!8

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Un altro grande rivoluzionario del nostro tempo, fu rav Avraham Itzhak Hacohen Kook (1865-1935), anch’egli esponente del mondo hassidico. Il pensiero di rav Kook, profondamente radicato nel misticismo kabbalistico, ha influenzato profondamente generazioni di ebrei. Ha partecipato attivamente alla ricostruzione della nazione ebraica sulla terra d’Israele, valorizzando il prezioso contributo apportato dal mondo ebraico laico alla società israeliana nascente. Viene considerato l’ispiratore del sionismo religioso, e tutt’oggi, in diversi ambienti ebraici ultraortodossi, i suoi scritti sono messi al bando ed è proibito leggerli.

E per finire questa nostra breve panoramica, mi sembra d’obbligo fare un accenno al grande hassid rav Shlomo Carlebach (1925-1994), un vero fenomeno epocale, che ha saputo, per mezzo della forza della sua musica hassidica, riportare all’osservanza delle mitzvot (=comandamenti) migliaia di giovani ebrei che aderivano al movimento hippy. Ancora oggi sono molti i suoi detrattori nel mondo ebraico ortodosso, che gli contestano la sua eccessiva apertura nei confronti di donne e non-ebrei, e di non aver saputo imporre ai suoi seguaci la rigorosa separazioni fra uomini e donne prevista dall’Halakà. Tuttavia, la forza trascinatrice della sua musica, attira ancora oggi folle di giovani verso la Torah e le tradizioni, e i suoi canti sono tutt’ora quelli più cantati e più popolari nel popolo d’Israele.

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I dogmi e gli eretici dell’arte

Come ho accennato all’inizio, non solo la religione e la scienza, ma anche l’arte ha i suoi dogmi e i suoi eretici di turno.

Nell’arte spesso avviene un fenomeno analogo a quello osservato nei confronti dei geni religiosi: i grandi artisti vengono riconosciuti solitamente dopo la loro morte e le loro opere, incomprese dai contemporanei, vengono esaltate dalle generazioni successive.

Molti dei più grandi artisti che hanno apportato grandi innovazioni nell’arte, hanno vissuto una vita meschina, ai margini della società, spesso disprezzati e reietti dai detentori di turno dei dogmi artistici.

Un esempio classico di “censura” in ambito artistico, è rappresentato dagli affreschi di Michelangelo (1475-1564) che decorano la Cappella Sistina del Vaticano: i vari papi che si succedettero, come Paolo IV, Pio V e Clemente XIII, imposero ad altri artisti di apporre via via nuovi veli e drappeggi, i cosiddetti “mutandoni”, che dovevano coprire le nudità dei personaggi del glorioso “Giudizio Universale”. Addirittura Clemente VII voleva far distruggere completamente l’”osceno ed impudico” affresco.

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Nella copia del Giudizio Universale dipinta dal Venusti, vediamo che, ad esempio, Santa Caterina fu dipinta interamente nuda e in una posizione del tutto “indecente” rispetto a San Biagio, curvato su di lei.

Un altro esempio di “eresia ed anatema” in campo artistico è rappresentato da Caravaggio (1571-1610), passato alla storia come “l’artista maledetto”. Caravaggio rivoluzionò non solo il mondo della pittura ma anche, tramite essa, la teologia del suo tempo.

Caravaggio conduceva una vita deprecabile, la sua condotta morale era in netta opposizione con la morale religiosa del mondo cattolico che, tuttavia, riconosceva il suo genio artistico e gli commissionava opere. Ironia della sorte, temi di gloriosi santi ed illibate madonne furono commissionati ad un uomo di cattiva reputazione, frequentatore di bettole e prostitute, implicato in risse, da alcuni considerato omosessuale, e chen accusato di omicidio, visse perennemente in fuga per sfuggire alla pena capitale.

Molto spesso i quadri che realizzò su commissioni per le chiese, considerati scandalosi ed indecenti, vennero respinti dai committenti. Per rappresentare madonne e santi, Caravaggio prendeva come modelli persone reali dalla strada. Alle rappresentazioni celestiali classiche, che mostravano trionfanti santi e gloriose madonne sospese in aria fra turbinii di angeli e nubi, Caravaggio contrappose una rappresentazione cruda della realtà umana di questi personaggi. I suoi personaggi sono dei poveri, vestiti di cenci, con i piedi nudi e sporchi, e i denti marci.

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Nel dipinto “Madonna dei pellegrini”, vediamo la Madonna rappresentata come una giovane paesana, la sua casa è fatiscente, il muro presenta un intonaco scrostato. In primissimo piano i piedi lerci e gonfi dei due poveri pellegrini. Il quadro suscitò scandalo, anche perchè, secondo l’opinione di alcuni, nell’effige della Madonna i prelati riconobbero i tratti della famosa prostituta romana Maddalena Antonietti, amante del pittore.

L’arte provocatoria e sacrilega di Caravaggio ribaltava tutti i perbenismi, i falsi moralismi e le idealizzazioni celestiali di miti e santi in gloria della chiesa ricca e potente di allora, rimettendo al centro dell’attenzione l’uomo, l’essere umano in tutta la sua drammatica fragilità. Il realismo caravaggesco più che pittorico, è ideologico: le sue opere costituivano una critica manifesta contro il fasto della ricchezza papale, alla quale egli contrapponeva il vangelo annunciato ai poveri.

Anche le folgoranti visioni mistiche dei santi nei suoi quadri diventano interiori.

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Nel dipinto “Conversione di Paolo”, la visione accecante di Paolo non è gloriosa ed appariscente, così come prevedeva l’iconografia classica, ma resta puramente interiore, invisibile all’esterno.

Nei secoli successivi alla sua morte, Caravaggio fu dimenticato, e la sua arte misconosciuta e denigrata. Basti pensare che il pittore seicentesco Nicola Poussin, disse del Caravaggio: “Era venuto per distruggere la pittura”. In effetti, ogni grande genio e profeta distrugge il vecchio per costruire il nuovo.

Dovremo aspettare fino al XX secolo per veder riabilitata l’opera del Caravaggio, grazie agli scritti del critico Roberto Longhi che mise in luce la radicale influenza che l’arte caravaggesca ebbe nei secoli successivi, fino a giungere all’arte moderna.

Sono molti altri gli artisti che potremmo citare. Come abbiamo visto, il fenomeno del genio-profeta incompreso, si verifica sia in ambito religioso, sia scientifico che artistico.

Anche in campo artistico abbiamo un importante tentativo di spiegare questo fenomeno: Wassily Kandinsky (1865-1944), nella sua opera Lo spirituale nell’arte, esporrà la sua teoria del movimento del triangolo, dove dimostrerà che la solitudine e l’incomprensione a cui va soggetto il grande artista, sono conseguenze inevitabili alla sua visione anticipatrice. L’artista, come il profeta e lo tzadik, vede oltre, al di là del triangolo e per questa ragione si trova solo al vertice. L’opera d’arte compresa da un vasto pubblico indica invece che l’artista si colloca nelle fasce più ampie e più basse del triangolo, anzi… più un artista è compreso, più è grande la massa che lo segue e lo approva, e più significa che si trova in basso:

Un grande triangolo acuto diviso in sezioni disuguali, che si restringono verso l’alto, rappresenta in modo schematico, ma preciso, la vita spirituale. In basso, le sezioni del triangolo diventano sempre più grandi ed estese.

Il triangolo si muove lentamente, quasi impercettibilmente, verso l’alto e dove “oggi” c’è il vertice, “domani” ci sarà la prima sezione; quello cioè che oggi è comprensibile solo al vertice, e per il resto del triangolo è ancora un oscuro vaniloquio, domani diventerà la vita, densa di emozioni e di significati, della seconda sezione.

Al vertice sta qualche volta solo un uomo. Il suo sguardo è sereno come la sua immensa tristezza. E quelli che gli sono più vicini non lo capiscono. Irritati, lo definiscono un truffatore o un pazzo. Così disprezzarono Beethoven, che visse da solo, al vertice. Quanti anni ci sono voluti prima che una sezione più larga del triangolo arrivasse dove era lui! E nonostante tutti i monumenti in suo onore, sono veramente molti quelli che hanno raggiunto quel punto?

In ogni sezione del triangolo si possono trovare degli artisti. Tra loro, chi sa guardare al di là della sua sezione è un profeta e aiuta a muovere il carro inerte. Se invece non possiede quest’occhio acuto, se per finalità e cause meschine lo chiude o ne fa cattivo uso, viene capito e celebrato da tutti i compagni della sua sezione. Più grande è la sezione (cioé più in basso si trova), maggiore è la massa di chi capisce la parola di quell’artista.9

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1Likutim II, 20
2Hayey II, 5:10
3Hayey II, 11:57
4Sihot 77
5Likuté Moharan, 64, IVa
6Likuté Moharan, 64, IVb
7Likuté Moharan, 64, IVd
8Likutim II, 52
9Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, Ed. Se, Milano 1989

 

 

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